28 Nov Seminare il futuro, dirigere la ricerca
Nonostante le indicazioni sugli OGM in Europa siano chiare – dal 2015 esiste una direttiva che ne vieta esplicitamente la coltivazione – si assiste in questo periodo alla discussione relativa a quelli che vengono ora definiti come NGT (New Genomic Techniques): nuove tecniche genomiche che si applicano su semi, piante, prodotti alimentari modificando di fatto il contenuto genetico naturale e originale, attraverso biotecnologie più recenti e che avrebbero la pretesa di godere di una maggior precisione rispetto a quelle utilizzate per la produzione degli OGM tradizionali, con risultati che si tenta in ogni modo di non chiamare “organismi geneticamente modificati”. In altri contesti tecniche analoghe vengono definite TEA: Tecniche di Evoluzione Assistita. Altro fumo negli occhi: i vari acronimi differenti utilizzati e il fatto che sia complicarlo definirli per un’audience non tecnico sono tutti sistemi per confondere, per allontanare la percezione comune dal fatto che si tratti comunque di una modifica genetica, da cui non si potrà tornare indietro.
Quale che sia il loro acronimo, è però evidente che non siamo di fronte a qualcosa di radicalmente diverso: le implicazioni anzi sono le stesse. Si tratta di una rielaborazione genetica di un vivente – in questo caso un vegetale – e non sono state studiate le conseguenze sull’uomo né si hanno dati a medio-lungo termine sulla loro reale affidabilità (serve qui ad esempio ricordare che il mais OGM introdotto solo 8 anni fa da Monsanto sta già perdendo la resistenza alla Diabrotica Virgifea, che ha invece a sua volta sviluppato resistenza alle tossine che quel mais contiene).
La decisione dell’Europa su queste tecniche è oggetto attuale di discussione. La normativa dovrebbe essere stabilita entro pochi mesi, e già si vede il lavoro delle lobby il cui interesse primario è il profitto. Sono quelle che – come da noi Coldiretti – chiedono una completa liberalizzazione e un pieno dominio del mercato, indipendentemente da altre considerazioni.
Dovrebbe invece essere l’interesse dei consumatori tutti quello di avere regole chiare e trasparenti.
IL BIO BREEDING: UN BUON “INIZIO”
Un esempio lampante di come si possa invece utilizzare la ricerca per migliorare la produzione senza nuocere all’ambiente o all’uomo ci viene dall’evento che si è tenuto recentemente, con la prima semina su 700 ettari di un grano duro il cui seme è stato selezionato dalla fondazione Seminare il Futuro in collaborazione con il Centro di Ricerca CREA di Foggia. Si tratta del seme della varietà di grano duro denominata “Inizio”: una pianta capace di adattarsi bene a condizioni di coltivazione più naturali e meno dipendenti dagli input chimici. È una pianta più alta, che resiste all’allettamento e che riesce a competere meglio con le erbe infestanti. Grazie al suo apparato radicale ben sviluppato, riesce ad assorbire in modo efficiente i nutrienti presenti nel suolo, crescendo vigorosamente anche senza concimazioni azotate. Inoltre, mostra una buona tolleranza ai principali parassiti e alle malattie più comuni dei cereali.
“Inizio” rappresenta il coronamento di un percorso di ricerca iniziato nel 2016 dalla Fondazione Seminare il Futuro, in collaborazione con enti di ricerca presenti sul territorio nazionale. Recentemente iscritto al registro nazionale delle varietà, questo grano duro è stato selezionato per rispondere alle specifiche esigenze dell’agricoltura biologica, con caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto ad affrontare le sfide dei cambiamenti climatici.
Non si tratta in questo caso di una modifica genetica: il bio-breeding, come nel caso di “Inizio”, è infatti realizzato attraverso la selezione naturale di nuove popolazioni di vegetali coltivabili. Questa tecnica di miglioramento genetico consiste nell’incrociare manualmente piante con le caratteristiche desiderate e selezionare le generazioni future che le mostrano, fino a ottenere una linea genetica stabile e omogenea, in coerenza con suolo e clima della regione di pertinenza.
IL BIO DALLA PARTE DELLA RICERCA: QUELLA CORRETTA
Ora, visto che esiste un’alternativa alle tecniche di manipolazione genetica – il bio-breeding, appunto – che è seria e comprovata da studi scientifici ben documentati, occorre che questa sia garantita dalle istituzioni.
Le associazioni che si occupano della tutela e della diffusione del biologico chiedono pertanto di avere strumenti normativi per:
- avere una etichetta parlante e chiara così che il consumatore bio abbia la libertà di decidere se mangiare cibo geneticamente modificato oppure no (trasparenza e tracciabilità);
- far sì che venga rispettato il principio di precauzione prima di introdurre semi geneticamente modificati;
- evitare che attraverso i brevetti qualcuno diventi proprietario di semi, piante, ortaggi.