17 Mar Punire invece di proteggere: la logica perversa del nuovo decreto sul biologico
Alla presunzione di colpevolezza non si era ancora arrivati. Eppure il nuovo decreto ministeriale 18 luglio 2024 n. 323651 riesce a compiere anche questo doppio salto mortale, tra le tante questioni davvero dubbie che apre.
Pubblicato appunto nel luglio di due anni fa ed entrato in vigore dal 1 gennaio di quest’anno, il decreto tratta “di misure che devono essere applicate agli operatori biologici in caso di sospetta o accertata non conformità” e contiene nel suo insieme una visione punitiva del biologico, penalizzante per i produttori Italiani e costellata di criticità. Un testo che può finire con lo stritolare in una morsa letale i produttori, anche i più virtuosi, stretti tra una burocrazia vessatoria e la minaccia di sanzioni davvero in grado di produrre danni importanti.
A verificare la corretta applicazione di queste misure saranno organi pubblici di vigilanza – come la Guardia di Finanza o i nuclei specializzati dei Carabinieri – e non gli organismi di controllo incaricati di pubblico servizio. Le sanzioni arrivano fino al 5% del fatturato (con un massimo di 100 mila euro) ma contemplano anche misure non pecuniarie: ostacoli di vario tipo dell’attività come limitazioni dell’ambito di applicazione del certificato o sospensioni, sino al ritiro del certificato – con tutte le conseguenze del caso.
Salta agli occhi poi quanto può verificarsi in tutti i casi di non conformità sospetta: in attesa dei risultati dell’indagine ufficiale, la procedura prevede che venga esercitato un fermo temporaneo delle derrate: 40 giorni, prorogabili di ulteriori 40 giorni. Trattandosi di merci fresche – frutta, ortaggi, ma anche latte uova o carni – è facile immaginare che queste finiranno senza scampo per dover essere buttate, anche qualora l’indagine desse esito negativo.
FUORI DALLA NORMA (E DALLE NORME)
L’insieme di queste sanzioni non ha simili: ancora una volta il biologico riceve un trattamento che nessun ambito dell’agroalimentare conosce.
Non solo: si tratta di misure che appaiono ben più severe di quanto previsto dalla normativa espressa nel Regolamento (UE) 2018/848 e che creano categorie di non conformità disallineate a quelle comunitarie. È un paradosso perché così facendo il governo italiano finisce per penalizzare i suoi stessi produttori biologici, che si trovano a competere con regole differenti da quelle applicate ai produttori degli altri Paesi europei, e comunque vessatorie rispetto a chi pratica agricoltura industriale.
DIMOSTRAMELO TU
Tra le altre criticità colpisce poi la scelta del legislatore di porsi controcorrente rispetto a un elemento fondante del diritto: l’onere della prova. Che da sempre ricade su chi accusa, a salvaguardia del principio secondo il quale è sancita la presunzione di innocenza. L’articolo 14 al paragrafo 3 dimentica tutto. “Al fine della classificazione di cui al comma 1, lettera b, la non conformità si presume intenzionale, salvo le evidenze raccolte dall’organismo di controllo o la prova fornita dall’operatore della buona fede o del caso fortuito.” Qui l’intenzionalità dell’operatore è un presupposto e spetta semmai a lui o altri dimostrare il contrario.
Serve tra l’altro ricordarsi dell’ambito specifico di cui parliamo: basti pensare alle contaminazioni da deriva, che portano alla presenza nei campi biologici di tracce di fitofarmaci utilizzati in campi vicini (o lontani) e trasportati da vento e piogge. Come mai potrà dimostrare l’operatore biologico la sua buona fede in casi simili?
UN ORGANO CHE SI FA OSTACOLO
Da ogni parte lo si guardi, il decreto – che idealmente avrebbe dovuto essere uno strumento a tutela dal biologico – finisce con l’apparire un monstrum giuridico e paradossale che ha il potenziale di essere lesivo nei confronti di ciò che intendeva proteggere. È prevedibile che si determini un aumento esponenziale delle denunce di non conformità, con una grande ricaduta sul sistema.
Ragionare in termini sistemici vuol dire non pensare solo ai produttori: parliamo anche delle difficoltà che incontreranno gli organi di controllo, privati degli strumenti necessari per condurre gli accertamenti. Parliamo dell’aumento della burocrazia e delle ricadute anche su chi deve controllare, con un aggravio di indagini e di ricorsi (e di costi).
Parliamo anche della ricaduta mediatica di tutto ciò, con i consumatori portati a sospettare di produttori per i quali ciò che si presuppone è il dolo.
Questo decreto contribuisce ulteriormente ad aggravare la pressione che rischia di portare molte aziende a quella fuga dal biologico che appare come l’unica via di uscita per chi sente di operare in un regime pregiudizialmente avverso.
INTERVENIRE È URGENTE
Nato senza che il ministero abbia interpellato e ascoltato le associazioni, che dichiarano da tempo la loro contrarietà e le loro buone ragioni, è evidente che il decreto abbia un urgente bisogno di un correttivo. Le aree su cui intervenire sono chiare: allineare le misure al regolamento europee, dichiarare la non conformità solo quando è compromessa l’integrità del prodotto, riportare la responsabilità della prova su chi accerta, semplificare lo schema delle non conformità.
Ma occorre che qualcuno ascolti. E che sia dotato di buona volontà: quella che dovrebbe essere tesa a proteggere un’agricoltura che a sua volta ha nella protezione – della salute e dell’ambiente – il proprio senso d’essere.
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